Non siamo sempre soli alla fine? Lo scrittore è ancora più solo, soprattutto quando termina un romanzo.
A volte mi chiedo se scrivere romanzi di genere sia diventato, nel tempo, davvero nobilitante.
Leggevo, ieri, un articolo sul Fatto che criticava la scelta della Rai di girare una fiction tratta dai romanzi di Veltroni, che da politico è diventato tante cose, fra le quali scrittore di genere.
Ho la presunzione di raccontare nei miei romanzi una visione della realtà, tutta soggettiva, sicuramente faziosa, ma del resto cosa resta di uno scrittore se gli sottrai il piacere di esprimere la propria visione del mondo?
Ho terminato un altro Trebbi e a conti fatti se uscirà capiterà intorno al 2030, e io sarò davvero anziano a quel punto, uno splendido settantunenne, se avrò la fortuna ... fortuna? Di arrivarci.
Intanto ho costruito un nuovo personaggio, un commissario di polizia che indaga negli anni 80, mio periodo amato, non perché felice, ma perché rappresenta la mia giovinezza, e si sa la giovinezza ha quel colore e quel sapore che è impossibile ritrovare alla mia età.
Ero un bel giovane, timido, imbranato, comunista e con pochi soldi in tasca.
Avrei potuto conquistare il mondo.
Mi sono limitato a viverlo come meglio ho potuto.
Il mio commissario forse vedrà la luce, ma niente trionfalismi anzitempo.
Adesso devo correggere la mia ultima fatica, ho speso un anno del mio risicato tempo libero per scriverla, e dopo la lettura di mia moglie entrerà nel mio database, in attesa di una pubblicazione.
Trebbi è ancora in giro e lo sarà almeno per altre tre indagini già confezionate.
Rimanete collegati alla mia solitudine, potete intercettarmi nei miei romanzi lì mi troverete per sempre.



















