martedì 17 luglio 2012

l'ultima condanna a morte in italia


Ritornando da Torino ho divorato in poche ore un libro che ha lo stile e il passo di un saggio storico giornalistico e l'atmosfera di un noir dalle tinte fosche. Lo ha scritto un giornalista, Renzo Rossotti che non conoscevo e mi perdoni l'ignoranza.
Tale libro, 150 pagine circa, in un'edizione molto spartana, è la cronaca di un efferato omicidio avvenuto nel 1945 quando ancora l'ombra cupa del conflitto pesava sul paese dilaniato,  s'intitola Villarbasse  cascina fatale ed è scritto in stile giornalistico con un retrogusto particolare come se fosse cronaca di allora non so se per uno stile scelto dallo scrittore o per una sua impronta generale, ma si legge come un fumetto scivolando pagina dopo pagina alla ricerca dei perché e dei colpevoli come in un giallo di fantasia.
Ma la riflessione che rimane a posteriori è sulla pena di morte, perché i colpevoli furono fucilati e quella fu l'ultima esecuzione capitale avvenuta in Italia.
Noi viviamo in un paese civile, si fa per dire, in un'Europa civilissima, dove un norvegese può trucidare 69 giovani di sinistra per un fatto ideologico e sorridere alle telecamere mentre il suo avvocato ne chiede l'assoluzione.
Viviamo in un pianeta civilissimo dove giustamente la pena di morte è retaggio di paesi totalitari.
Ma permettetemi di avere dei dubbi, non sono mai stato un buonista, e non vorrei mai avere come vicino di casa uno che ha ucciso barbaramente, per un qualsiasi motivo, la propria madre, il proprio figlio, un vicino di casa, che ha commesso omicidi terroristici senza pentirsi mai e la lista potrebbe continuare quasi all'infinito.
Quindi quale soluzione?
Di fronte all'abominio, alla crudeltà gratuita, alla ferocia ingiustificata lascio ai posteri, che immagino sempre più civili,  l'ardua sentenza, e vi affido alla saggezza degli italiani del primissimo dopoguerra consigliandovi la veloce lettura di questo libercolo e al pensiero di Rossotti che ho appiccicato sotto.
Come al solito sospendo il giudizio, lo tengo per me, inattuale come non  mai.



Anche la Giustizia ha i suoi tempi, vorremmo quasi dire le sue mode. Potevano, assassini di una tale spietata ferocia, essere pienamente consapevoli di ciò che stavano facendo? Oggi la domanda sarebbe questa. E, quasi di certo, la risposta degli illustri periti sarebbe “no”. Può una ragazzina essere totalmente consapevole di ciò che fa mentre uccide a coltellate la madre? No. Può una madre, freddamente, uccidere il proprio bambino, ben conscia di ciò che sta facendo, di ciascun gesto, dei colpi vibrati? Certamente no.
Renzo Rossotti


Renzo Rossotti
VILLARBASSE, CASCINA FATALE, pp.159 - Euro 9,80
Editrice Il Punto, Torino

2 commenti:

Nadia ha detto...

Credo di aver letto questa pagina almeno almeno una decina di volte.
Ma cos'è la consapevolezza?
Un omicida che uccide in un momento di rabbia non è consapevole di quello che fa, ma un omicida che organizza e prapara con cura l'omicidio è ben consapevole del suo gesto. Ecco, in questo caso non mi sento tanto buonista da essere contro la pena di morte.....

massimo fagnoni ha detto...

non so più, ricordo era il periodo del terrorismo, avrò avuto diciotto anni, e si parlava dell'argomento, in un periodo nel quale c'erano persone che si sostituivano alla giustizia e giustiziavano, già allora la discussione era rovente sull'argomento. oggi in teoria molti paesi stanno abrogandola, altri continuano a usarla con risultati difficilmente classificabili, io credo che soprattutto alcune persone per i crimini che compiono non dovrebbero più avere accesso al contesto civile, il problema è che in Italia anche i mostri peggiori prima o poi escono di galera, questo è ancora più spaventoso di qualsiasi pena di morte