mercoledì 10 gennaio 2018

Recensione del Corriere di Bologna



Sabato pomeriggio, sto guardando The closer il mio telefilm preferito del momento.
Qualcuno mi chiama al cellulare, e solitamente sono seccature il sabato, difficilmente belle notizie, a una certa età funziona così.
Invece dall'altra parte c'è un giornalista del Corriere di Bologna che vuole intervistarmi in merito al Bibliotecario di via Gorki, lo sta leggendo e ha pensato anche di scriverci un articolo.
Per un attimo temo lo scherzo di qualche collega burlone, in polizia municipale ne conosco diversi, invece è vero, autentico, è un giornalista, Massimo Marino, persona di cultura che si occupa della pagina culturale del Corriere e ha, scopro, vari interessi e passioni, come il sottoscritto.
Mi cambia il senso della giornata, mi ricorda che sono uno scrittore, e mi dona una bella sensazione, rinforzando il mio ego che ogni tanto ha bisogno di un buon ricostituente.
L'articolo è perfetto, chiaro, intelligente, come lo vorresti a ogni nuova uscita.
Grazie quindi a Marino e a ogni giornalista che ha deciso di perdere il proprio tempo per leggermi e magari recensirmi.
In questo mercato saturo di ogni forma di scrittura è oro colato leggersi in un giornale solo per il fatto di avere scritto un libro, provare per credere.

martedì 9 gennaio 2018

Genius




Storia vera e  aderente alla realtà dei fatti, il film composto da un cast stellare, narra la storia di amicizia e professionale fra lo scrittore Thomas Wolfe e il suo editor Max Perkins.
Il film è dignitoso senza essere travolgente, ma la cosa che mi ha colpito soprattutto è il racconto del rapporto  fra lo scrittore e il suo editor.
Il rapporto scrittore editor è uno degli aspetti più interessanti nel progetto di costruzione di un libro di narrativa.
Nella mia esperienza ho incontrato diversi modelli di editor tutti al femminile e tutti interessanti.
Il rapporto che si crea con l'editor è importante, intimo, anche se vissuto a distanza, perché l'editor è colui che entra in contatto per primo con il tuo lavoro di scrittore.
Detto ciò mi sono quasi commosso compenetrandomi nella vicenda, provate a immaginare anni 20, essere un giovane scrittore a New York, e vendere 15000 copie in un mese, mentre nella stessa casa editrice ci sono scrittori del calibro di Fitzgerlad e Hemingwai, una casa editrice potente e un momento storico nel quale essere scrittori poteva significare vivere a contatto con i mostri sacri della nostra letteratura.
Il lavoro che i due uomini, lo scrittore e l'editor, tessono per arrivare alla pubblicazione dei due romanzi di Wolfe è impensabile in un periodo storico nel quale l'editing spesso viene sacrificato a causa di esigenze di mercato, un mercato saturo di libri,  pubblicazioni, autori, dove emergere diventa davvero quasi impossibile.
Quello era un periodo magico, dove però si moriva per un qualsiasi accadimento casuale, come accadde al giovane Wolfe scomparso a 38 anni per una tubercolosi celebrale, privando il mondo di un autore davvero interessante.
La scrittura però può rendere immortali, congelando nel tempo il talento della giovinezza.

domenica 7 gennaio 2018

the closer



In questo periodo di feste natalizie 2017 nonostante io abbia tutto da sky a Netflix alla fine per rimpinzarmi di qualcosa veramente buono ho dovuto fare una scorpacciata di questa serie tv andata in onda dal 2015 al 2012.
La protagonista, il vice capo Johnson, è un'attrice con i fiocchi ed è coadiuvata da un team di attori e colleghi bravissimi, ognuno con un'umanità e una concretezza spettacolari.
I casi sono dei puri polizieschi metropolitani in una Los Angeles apocalittica ma mai priva di una particolare sfumatura di originalità.
I casi, tutti diversi, sono sempre interessanti, non manca il senso dell'umorismo e diventa impossibile non  entrare in empatia con lei e con i comprimari.
Se decidete di guardarla trovate tutte le sei stagioni in rete.
Merita.

sabato 6 gennaio 2018

call of duty WWII



Cosa deve essere stata la seconda guerra mondiale per chi l'ha effettivamente combattuta?
Cosa hanno provato quegli uomini entrando in un qualsiasi campo di concentramento tedesco? Soldati abituati a obbedire e a morire ma non a chiedersi il perché delle loro azioni.
Allora non si parlava ancora di trauma post traumatico da stress, allora si tornava alla propria vita per chi aveva la fortuna di ritrovarla e si ricominciava, o come in Europa si ricostruiva.
Un tempo tanto vicino da essere ancora presente alle nostre più o meno oneste commemorazioni.
Ma se da una parte c'è la politica, la storia, le speculazioni filosofiche e le dinamiche di potere, dall'altra ci sono gli uomini, milioni di uomini che hanno combattuto, che sono morti, spesso nemmeno sapendo il perché.
Vi sembrerà improbabile, ma la mia esperienza di gioco con Call of Duty WW2 mi ha suscitato riflessioni, mentre ero intendo ad ammazzare nazi in giro per l'Europa.
Il gioco è come un film, inizia con lo sbarco in Normandia feroce e violento come nel mitico Salvate il soldato Ryan e tutto il gioco è guerra, guerra pura, ma ci sono anche i personaggi e un'amicizia che lega tutta la vicenda, ci sono uomini, puzza di piedi, sudore e sangue, molto sangue.
C'è l'onore e cosa serve l'onore, cosa rimane dell'onore?
Forse una medaglia da deporre sulla tomba di un fratello che come uno spirito buono accompagna il protagonista per tutto il gioco.
E il protagonista sei tu che imbracci il garand, piuttosto che una delle innumerevoli armi che troverai sul tuo cammino.
Ho giocato nella modalità più feroce, ma nonostante non abbia più i riflessi di un ventenne me la sono cavata, anche perché, ripeto, Call of duty non è semplicemente un gioco.
Non ho provato l'esperienza multiplayer e ho solo provato l'angolo zombie.
Non mi interessa interagire con ciurme di adolescenti assetati di record e non c'erano zombie nella seconda guerra mondiale.
Il gioco non è solo ginnastica per cervelli pigri, può anche essere un'esperienza intellettuale, e se poi mi sbaglio chi se ne frega, a me piace, a prescindere.

venerdì 5 gennaio 2018

Il bibliotecario vi aspetta in via Gorki




Era destino una presentazione nella biblioteca dove si svolge in parte la trama del mio ultimo romanzo. Vi aspetto con l'amico Davide Pappalardo, le letture di Marco Piovella e una vera e propria ambientazione in tempo reale, per chi ha già letto il romanzo, e per chi vuole prima capire cosa si cela dietro la vita quotidiana di un bibliotecario di periferia.
Vi aspetto il 19 gennaio 2018 alle 19 in via Gorki, con il Blues Cafè di Valerio Gardosi, Paola Picco e un quartiere da scoprire.